Le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio

Santo Stefano di Sessanio è un paesino incantato, di quelli che appartengono al mondo delle fiabe, con il principe, la principessa e un bel castello. È considerato uno dei borghi più belli d’Italia… io me ne innamorai subito e la voglia di tornarci è sempre stata viva. Ora penso più che mai ai miei monti, ai luoghi di tanti ricordi, spazzati via dalla forza di Gea. Qui la torre medicea, che dominava il paese, è crollata completamente e molti edifici sono stati danneggiati.
La prima foto è stata scattata da me, nel luglio del 2007, in occasione di una gita spensierata. Le altre tre sono tratte dal sito di Abruzzo Cultura e mostrano la chiesa sul lago con il portico distrutto e il borgo privato del suo simbolo.

È un’introduzione un po’ sui generis per parlare di un prodotto tipico, ma vorrei che non si dimenticasse: non abbiamo alcun potere per le vite perse, ma si può fare tanto per restituire dignità a una terra bellissima e alla sua gente.

La lenticchia di Santo Stefano di Sessanio viene citata in documenti monastici risalenti all’anno 998. Non è una lenticchia qualsiasi, ma un biotipo preciso che cresce solo sulle pendici del Gran Sasso, nei territori incontaminati del Parco Nazionale, dove ha trovato un habitat ideale, fatto di inverni lunghi e rigidi - al termine dei quali, alla fine di marzo, vengono seminate - e di primavere brevi e fresche. I terreni calcarei sono perfetti per le lenticchie che non richiedono nemmeno grandi concimazioni. Diventano, invece, legumi impegnativi al momento della raccolta, realizzata tra la fine di luglio e la fine di agosto. Le lenticchie maturano in modo scalare e in tempi diversi, a secondo l’altitudine del campo. A volte trascorrono 15 giorni tra la falciatura, quasi sempre manuale, e la battitura: le piantine, se lasciate sul campo - prima accumulate in piccoli covoni e poi ammassate sotto la protezione di un telo - nutrono comunque i semi portandoli a maturazione.
Spesso non è possibile usare la mietitrebbia perché i campi si trovano in zone impervie, ma soprattutto perché i legumi si sviluppano vicino al terreno e con la raccolta meccanizzata si perderebbe il 30-40% del prodotto. La raccolta avviene, quindi, come mille anni fa ed è molto faticosa. I produttori sono in prevalenza anziani e coltivano poche lenticchie, soprattutto per il consumo familiare. In più sono demotivati dal proliferare di un mercato di false lenticchie di Santo Stefano di Sessanio e così la produzione di quelle vere diminuisce di anno in anno.

CARATTERISTICHE. È piccola, ma molto saporita. Globosa, di colore marrone-rossiccio. Alcune coltivazioni si spingono fino a 1600 metri di altitudine, ma è intorno ai 1200 che danno i risultati migliori.
Per le dimensioni ridotte e l’estrema permeabilità, le lenticchie di Santo Stefano di Sessanio non necessitano di ammollo.

PRESIDIO SLOW FOOD. È sostenuto dal Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, dalla Provincia di L’Aquila, dalla Comunità Montana Campo Imperatore-Piana di Navelli, dai Comuni di Barisciano, Calascio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio e Santo Stefano di Sessanio.
L’obiettivo è la costituzione di un’associazione che riunisca tutti i produttori di lenticchie di Santo Stefano di Sessanio, in modo da arrivare all’etichettatura e al controllo del raccolto, per garantire il consumatore da eventuali frodi e per aumentare le coltivazioni, in modo tale da creare possibilità di lavoro ed evitare l’emigrazione.

ZONE DI PRODUZIONE. Santo Stefano di Sessanio, Barisciano, Calascio, Castel del Monte, Castelvecchio Calvisio (tutti comuni in provincia di L’Aquila).

Elisa Del Moro

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